
Quando si parla di grandi viaggi in sella, la tentazione è spesso quella di pensare subito alle mete blasonate del mototurismo contemporaneo, in sella a grosse moto cariche di bagagli. Ma per chi vive la moto come strumento di scoperta pura, il vero valore sta nella curiosità di esplorare ciò che sta fuori dalle tracce battute e dalla zona di comfort di un viaggiatore tradizionale.
Lasciamo spazio al racconto di Michele Ricucci, fotografo e viaggiatore solitario. Michele ci porta con sé in un viaggio in moto nel cuore delle Filippine, a cavallo di una agile e robusta Honda XR150. Il suo è un racconto autentico, denso di luoghi, persone, e momenti fuori dall'ordinario.
Buona lettura!
5,000 chilometri attraverso le Filippine, su una Honda XR150
Michele: Stavo svernando in South East Asia, mentre la mia amata Kha (ndr: una Crf 300 rally) era in custodia da bikers mai visti, ma che grazie a quel senso di unione che caratterizza chi vive in sella a un due ruote si erano offerti di tenerla al riparo dal brutale inverno Khazako.Io, nel frattempo, cercavo di recuperare da una clavicola fratturata che mi aveva messo fuori gioco nel mezzo dell'estate.
Il recupero fu più rapido del previsto.
Passai i primi mesi della convalescenza tra Thailandia e Vietnam e, appena riacquistata completamente la mobilità della spalla, cominciai subito a muovermi. Qualche viaggio esplorativo, un nuovo posto da fotografare. Il Sud-est asiatico è una parte del mondo che conosco bene e nella quale, ormai, mi sento quasi a casa.
Ma nel pieno di quel caldo inverno tropicale, mentre tornare in Kazakhstan significava infilarsi volontariamente in temperature vicine ai venti gradi sotto zero, un'idea iniziava a farsi strada nella mia mente...
Le Filippine.
Lavorando come freelance posso scegliere da solo dove investire tempo e denaro, scommettendo su destinazioni che potrebbero avere ancora qualcosa di nuovo da raccontare.
Le scommesse mi sono sempre piaciute. Non quelle da slot machine, paralizzato su uno sgabello a colpi di luci e suoni, ma quelle che la vita ci mette davanti o, ancora meglio, quelle che siamo noi a mettere davanti alla vita stessa. Quel momento in cui non sai se stai facendo una grande scelta o una cazzata, ma senti l'adrenalina salire. E di solito, quando arriva, faccio fatica a tirarmi indietro.
Atterrai a Manila il 15 gennaio e, senza perdere troppo tempo, saltai su un autobus diretto ad Angeles City.
Il piano era semplice: lì avevo un contatto per noleggiare una Honda XR150, praticamente la sorella più giovane della moto che qualche anno prima mi aveva portato per 38.600 chilometri attraverso tutto il famoso cono del Sud America senza mai lasciarmi davvero a piedi.
Conoscevo quella moto. Sapevo cosa poteva fare, quanto poteva sopportare e soprattutto quanto poco chiedesse in cambio.
In teoria, quindi, avevo tutto sotto controllo.
In pratica bastarono poche ore ad Angeles City per farmi cambiare idea.
Forse fu l'aria della città , forse la sensazione di essere finito nel posto sbagliato per iniziare il viaggio. O forse, più semplicemente, fu il mio istinto a dirmi che dovevo cambiare direzione.
La sera uscii senza grandi programmi. Più che cercare divertimento, finii a scattare qualche fotografia per un possibile reportage.
La mattina dopo avevo già deciso.
Lasciai perdere la moto, almeno per il momento, comprai un volo economico e partii per Puerto Princesa.
Questa è una delle ragioni per cui viaggio quasi sempre da solo: libertà e improvvisazione totali.
Per fare una jam devi trovare musicisti con i quali l'intesa vada oltre il semplice suonare insieme. Nel viaggio per me funziona allo stesso modo e, almeno fino ad oggi, non sono stato particolarmente fortunato nel trovare qualcuno con cui quell'intesa fosse davvero naturale. Così, per evitare discussioni, compromessi e magari qualche gancio diretto sotto al mento, preferisco seguire il mio istinto. Se qualcosa smette di suonare come piace a me, cambio spartito, stravolgo tutto e riparto da capo.
Palawan era quasi l'opposto della destinazione che avevo immaginato per quel viaggio: una delle isole più fotografate e turistiche delle Filippine, piena di spiagge da cartolina e di quei luoghi che sembrano già pronti per essere caricati su Instagram prima ancora di essere vissuti.
Proprio per questo, forse, era il posto giusto da cui cominciare.
Per una decina di giorni seguii la strada verso nord tra coste tropicali, piccoli villaggi e deviazioni prese più per curiosità che per necessità .
All'estremo nord presi un ferry per Coron. Il centro dell'isola sembrava conteso, come spesso accade nelle destinazioni tropicali, tra turisti e scarafaggi. Con questi ultimi in evidente superiorità numerica.
Completata quella parentesi, saltai su un altro volo, questa volta diretto a Cebu City.
Jackie mi aspettava con una Honda XR150 tenuta al caldo per me.
Era appena un paio di generazioni più moderna della mia vecchia compagna sudamericana.
Appena ci salii sopra, però, furono sufficienti pochi metri per riportarmi indietro nel tempo.
Le Filippine stesse, del resto, avevano qualcosa che continuava a riportarmi dall'altra parte del mondo.
Per le strade c'era musica praticamente ovunque, quella musica che sembra uscire dalle case, dai negozi, dai tricicli e finire per diventare parte del rumore quotidiano. Nei sobborghi ritrovavo qualcosa dell'America Latina; nei villaggi più piccoli, invece, mi sembrava a volte di essere tornato sulla costa caraibica colombiana.
Anche la lingua contribuiva alla confusione. Il tagalog è pieno di parole ereditate dallo spagnolo e ogni tanto, nel mezzo di una conversazione della quale non capivo assolutamente nulla, saltava fuori una basura, una ventana, una mesa. Piccoli frammenti familiari dentro un mondo completamente asiatico.
Finalmente avevo una moto sotto il culo, e Cebu sembrava costruita apposta per usarla.
La costa offriva spiagge tropicali, cascate e foreste, ma bastava puntare la ruota verso l'interno perché le strade iniziassero ad arrampicarsi sulle montagne. Curve, salite ripide, cemento che diventava sterrato senza alcun preavviso e piccole deviazioni che sulla mappa sembravano non portare da nessuna parte.
Con una XR150 e una ventina di chili di bagaglio era come consegnare a un bambino una cesta piena di caramelle e raccomandargli seriamente di non mangiarne nemmeno una.
Naturalmente cominciai a mangiarle tutte.
Puntai verso le montagne del sud di Cebu, dove Osmeña Peak emerge sopra una successione quasi surreale di colline appuntite. La strada per arrivarci era già metà del divertimento: più salivo, più l'aria diventava fresca e, dopo settimane passate a sudare nel caldo tropicale, iniziai quasi a considerarla una forma gratuita di aria condizionata.
Ma la fortuna non era dalla mia parte. Un drammatico tramonto grazie alle nuvole del tifone che aveva scatenato l'ennesima allerta metereologica di cui i locals sembrano non preoccuparsi più di tanto, mi accompagnò nella discesa.
Il tifone cambiò direzione all'ultimo momento, risparmiandomi il peggio, ma lasciò dietro di sé una perturbazione destinata a seguirmi per parecchi giorni.
Ci sono due cose che odio quando viaggio in moto: una è la pioggia. L'altra è ancora la pioggia mista al freddo.
Fortunatamente nelle Visayas sembravano non avere un'idea particolarmente chiara di cosa significasse la parola "freddo".
Così continuai verso il prossimo ferry con l'XR carica, i vestiti perennemente umidi e quella particolare convinzione del motociclista secondo cui, visto che ormai sei già bagnato, tanto vale continuare ad andare avanti.
Sbarcai a Negros.
Panay continuò sulla stessa linea.
Attraversavo villaggi dove sembrava non esserci praticamente nulla, qualche negozio, case sparse lungo la strada, bambini che smettevano di giocare per guardarmi passare.
A volte anche l'inglese spariva.
Poi capitava che qualche ragazzo tornato dalla città per il weekend venisse immediatamente requisito da mezzo villaggio e spedito a parlare con l'unico straniero comparso sulla strada rimasto quasi a secco, alla disperata ricerca di benzina, oppure sorpreso dal buio mentre cercavo un letto dove buttarmi per qualche ora, possibilmente senza bed bugs, prima di ripartire in silenzio all'alba.
Arrivai a Boracay e l'onda anomala di turisti che mi accolse mi riportò bruscamente con i piedi per terra. Faticavo a trovare un centro di gravità al quale aggrapparmi, ancora narcotizzato dalla natura selvaggia dei giorni precedenti.
Boracay rappresentava più o meno il giro di boa del viaggio: da lì avrei iniziato lentamente a tornare verso oriente. Quella sera decisi quindi di concedermi un paio di birre.
Scelsi un bar un paio di isolati dietro la strip, abbastanza lontano dal caos, mi sedetti al bancone e ordinai.
Mentre mandavo giù la prima birra, e poi la seconda, la cameriera continuava a chiedermi se andasse tutto bene.
Probabilmente la insospettiva il mio sguardo, che invece di restare incollato a un misero microschermo continuava a vagare per il locale, alla ricerca di qualcosa che sembrava ormai essere diventato quasi insolito: un po' di interazione umana reale.
A un certo punto entrò una bionda.
Si sedette poco distante e si buttò giù, praticamente alla goccia, come si diceva dalle mie parti ai tempi, tre bicchieri di Jack Daniel's.
Insomma, dopo una mossa del genere si era guadagnata tutta la mia attenzione.
Appena si riprese, si alzò e venne dritta verso di me.
«You look like a lonely person. Maybe you're looking for some company.»
Bevemmo un paio di birre insieme, forse qualcosa di più. Lei, nel frattempo, si buttò giù altri due Jack Daniel's, che tra tutti i whisky mi è sempre sembrato uno dei peggiori.
Ricordo soprattutto che era sudafricana.
Fu sufficiente quella parola perché la mia mente partisse immediatamente per conto suo. In pochi secondi ero già tornato a Kha, ancora ferma in Kazakhstan, e stavo mentalmente pianificando la ripartenza e la futura discesa verso l'Africa.
Lei mi riportò alla realtà avvinghiandosi al mio collo.
La cameriera, dietro al bancone, mi guardò, strizzò l'occhio e alzò il pollice, come a incoraggiarmi a non sprecare l'occasione.
Di certo non mi tirai indietro.
A quel punto la serata aveva preso una direzione piuttosto chiara, e il bar cominciava seriamente a rischiare di trasformarsi nel set di un film a luci rosse.
Mi alzai per andare a pisciare e, dopo pochi passi, capii che l'epilogo sarebbe stato decisamente diverso.
Non so se fosse la stanchezza, l'alcol o se, come cantavano i Ramones, "somebody put something in my drink", ma improvvisamente non riuscivo più a stare in piedi.
Mi trovai davanti a un bivio.
Potevo uscire da gentleman, pagare il conto, salutare con una certa eleganza e trascinarmi fino alla mia stanza. Oppure potevo tentare comunque di concludere la serata, nonostante le odds fossero ormai decisamente contro di me.
Scelsi la prima.
Non so quanto gentleman riuscii effettivamente a sembrare, ma ricordo bene le facce incredule della cameriera e della ragazza mentre me ne andavo proprio sul più bello.
I sogni di gloria si infransero definitivamente qualche minuto dopo.
Il resto della notte lo passai fino all'alba abbracciato alla tazza del cesso a vomitare.
La mattina dopo ero di nuovo in sella.
Il vento del mare mi tagliava la faccia e mi teneva sveglio mentre macinavo chilometri, cercando di allontanarmi il più velocemente possibile da quel carnaio di urla, grida, pianti, risate, lodi e imprecazioni di chi sembrava avere un unico obiettivo: divertirsi a ogni costo.
Ripercorsi Panay e poi Negros, ma questa volta decisi di lasciare perdere la costa.
Mi infilai verso l'interno, sulle montagne.
E fu lì che Negros iniziò davvero a sorprendermi.
Era bella quanto Ubud, a Bali, ma senza i vari Ananda vestiti di bianco che camminano scalzi cercando di venderti un corso online per raggiungere un'illuminazione sprint a buon mercato.
Al loro posto, proprio dietro la strada dove mi ero fermato a contemplare uno squarcio di natura che sembrava essere stato creato apposta per essere fotografato, tre uomini stavano stordendo un maiale mentre un quarto si preparava a sgozzarlo.
Ne rimasi affascinato.
Un vulcano dominava l'orizzonte e, ai suoi piedi, terrazze coltivate a riso seguivano le pieghe della montagna, perdendosi a vista d'occhio nel verde.
Passai il pomeriggio perdendomi lungo i sentieri di montagna, e la piccola XR sembrava finalmente essere tornata nel suo habitat naturale.
Leggera, semplice, abbastanza lenta da costringermi a guardarmi intorno e abbastanza indistruttibile da farmi venire voglia di infilarmi praticamente ovunque.
Lasciai Negros con un altro ferry e sbarcai a Siquijor.
L'isola era abbastanza piccola da poter essere attraversata in poche ore e abbastanza conosciuta da attirare ormai la sua buona dose di turisti. Andai a cercar pace per le montagne. Finii in un piccolo rifugio di legno, in una zona conosciuta per i suoi curanderos, guaritori tradizionali ai quali vengono attribuite pratiche tramandate da generazioni.
Tra queste c'era il bolo-bolo.
Il rituale, almeno in apparenza, era piuttosto semplice: un bicchiere d'acqua, una pietra, una cannuccia e il guaritore che soffiava nell'acqua mentre cercava di guarire il corpo o lo spirito del paziente (o del cliente, dipende dai punti di vista).
L'unica magia sembrava quella di farti sparire in una decina di minuti il contenuto del tuo portafogli.
Lasciai Siquijor con una lunga, lenta e umida traversata notturna verso Panglao.
Su quel ferry riuscii anche a stabilire un nuovo record personale.
Nella mia precedente vita da rockstar fallita mi era capitato, prima di un concerto a Rotterdam, di dormire in un dormitorio insieme ad altre cento persone. Per anni avevo pensato che sarebbe stato difficile fare di meglio.
Quella notte il numero stampato sul mio letto era 560.
Record polverizzato.
All'alba sbarcai a Panglao, trampolino di lancio perfetto per esplorare Bohol.
La cosa che più mi piaceva era la facilità con cui il paesaggio continuava a cambiare.
In una o due ore potevo passare dalle spiagge di acqua cristallina della costa alle strade che si arrampicavano verso l'interno, tra risaie, foresta e piccoli villaggi dove il ritmo tornava improvvisamente lento.
Per la XR era di nuovo terreno perfetto.
Dopo quasi due mesi e circa 5.000 chilometri, tornai infine a Cebu. Riconsegnai la XR a Jackie con qualche graffio in più, parecchia polvere addosso e 5.000 chilometri aggiunti all'odometro.
Ma quello che mi rimase davvero delle Filippine non furono i chilometri.
Fu soprattutto l'incredibile gentilezza delle persone incontrate lungo la strada. Gente sempre pronta ad aiutare, a indicarti una direzione, a cercarti della benzina o semplicemente a regalarti un sorriso.
E poi la natura.
Le Filippine hanno ancora la capacità di regalarti luoghi che sembrano completamente selvaggi, spiagge senza nessuno, montagne coperte di foresta: basta solo avere la determinazione di restare alla larga dall'aria condizionata dei resort.
Durante tutto il viaggio avevo continuato ad avere quella strana sensazione di trovarmi contemporaneamente in Asia e in America Latina.
La musica per strada, certe parole spagnole che affioravano nelle conversazioni, il cattolicesimo, il caos delle città e persino alcuni villaggi mi riportavano continuamente dall'altra parte del Pacifico. Poi bastavano un volto, una risaia, una foresta tropicale o un piatto di riso per ricordarmi che ero ancora profondamente in Asia.
Alla fine, smisi di cercare di capire da quale parte appartenessero.
Forse era proprio quello il bello.
Le Filippine sembravano stare contemporaneamente in due continenti e, allo stesso tempo, non appartenere completamente a nessuno dei due.
E mentre lasciavo Cebu, ripensando a quei 5.000 chilometri di ferry, montagne, pioggia, spiagge, villaggi, incontri improbabili e qualche scelta discutibile, mi resi conto che la scommessa fatta qualche mese prima nel caldo inverno asiatico aveva pagato: tornavo indietro con migliaia di fotografie, ma soprattutto con una storia che non avrei mai potuto pianificare.
I traghetti e la burocrazia nelle Filippine
L'unica vera complicazione in un viaggio come questo sono i traghetti.Prima di partire avevo letto molti avvertimenti su come le pratiche burocratiche potessero diventare un ostacolo nello spostare una moto da un'isola all'altra. In realtà , la mia esperienza è stata completamente diversa. La maggior parte delle traversate è stata incredibilmente semplice e, in diverse occasioni, nessuno si è nemmeno preso la briga di chiedere i documenti della moto.
A metà viaggio ho persino perso la targa. Ho continuato senza per il resto del percorso e, in qualche modo, la cosa non sembrava interessare a nessuno.
I traghetti sono frequenti, facili da organizzare direttamente sul posto, e trasformano il passaggio da un'isola all'altra con una piccola moto in parte integrante dell'avventura, anziché in un problema.
Piccole moto per grandi avventure
Ho sempre creduto nelle piccole moto per le grandi avventure. Amo le monocilindriche semplici: quando ti spingi in aree remote, la semplicità e l'affidabilità contano molto più dei cavalli.Conoscevo già molto bene la Honda XR150, avendola guidata per migliaia di chilometri in Sud America. È un piccolo trattore: essenziale, affidabile e incredibilmente indulgente. Sulle Ande mi aveva già dimostrato di poter passare da quasi 5.000 metri di altitudine fino alla costa nello stesso giorno senza mai lamentarsi.
Fuoristrada, il suo peso ridotto è uno dei punti di forza più grandi. Quando le cose si fanno difficili, la XR è facile da gestire e, se cade, rialzarla non richiede quasi alcuno sforzo, al punto che a volte non devo nemmeno smontare i bagagli.
L'autore: chi è Michele Ricucci
Sono Michele Ricucci, un fotografo di viaggio con una grande passione per i luoghi remoti, i viaggi a lunga percorrenza in motocicletta e le storie delle persone che incontro lungo il cammino.
Da quasi un decennio vivo "on the road", viaggiando continuamente e documentando culture, paesaggi e fugaci momenti umani. Negli anni, la moto è diventata una parte essenziale di questo percorso, permettendomi di vivere e raccontare luoghi ben al di fuori dei consueti itinerari turistici.
La motocicletta mi dà la libertà di viaggiare lentamente, raggiungere zone isolate e connettermi in modo più naturale con le persone e gli ambienti che fotografo.
Sono anche l'autore di "I racconti del Gringo",
un libro che racconta un viaggio in moto di 14.000 km attraverso il Messico.
Il mio sito web: michelericucci.com
Ringraziamo Michele Ricucci per aver raccontato il suo viaggio in moto nelle Filippine con la schiettezza e lo stile che lo contraddistinguono.
Disclaimer: per garantire la visibilità del post sui motori di ricerca ed evitare le forbici della censura algoritmica, alcune espressioni colorite del testo originale di Michele sono state smussate, con l'autorizzazione dell'autore. Lo spirito del racconto è rimasto intatto, ma Michele è abituato a raccontarsi senza filtri, e potete scoprire di più su di lui leggendo il suo libro e seguendo le sue avventure:
La nostra recensione del suo libro "I racconti del Gringo": leggi la recensione
Puoi seguire il "Gringo" Michele Ricucci su Instagram: clicca quiHai anche tu un viaggio in moto da raccontare?
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