Ciao, Alex

Alex Zanardi
 

Caro Alex Zanardi, permettimi di darti del tu. Tu eri del 1966, io sono del 1976. Dieci anni di differenza, tanti ma non tantissimi. Abbiamo vissuto in qualche modo gli stessi tempi, a cavallo tra analogico e digitale, tra tecnigrafo e CAD, tra carburatori e veicoli elettrici. Tu Bolognese, io Padovano, due città distanti un'ora di autostrada o poco più, due città diverse ma anche molto simili, ricche di cultura e di giovani universitari che le tengono sempre in fermento. La tua vita è cambiata drasticamente nel 2001, la mia nel 2002, anche se la mia in modo non paragonabile alla tua. Negli ultimi anni vivevi a Padova, la mia città, e per noi padovani era normale incontrarti tra le curve e i tornanti dei Colli Euganei mentre ti allenavi, oppure dal meccanico per procurarti gli ultimi pezzi per sistemarti la bici. Ci sono piccole, grandi differenze tra me e te, differenze che mano a mano si assottigliano, fino ad arrivare al tuo nome. Ci chiamiamo entrambi Alessandro, coincidenza. Il significato etimologico del nostro nome suona come qualcosa del tipo "figura carismatica, storicamente legata a valori di protezione e coraggio". Non so se io mi merito un nome così, tu sicuramente si. 

Quando esci da una sala operatoria dopo un'intervento in anestesia totale durato molte ore e ti risvegli in terapia intensiva, forse per l'effetto combinato dell'ossigeno e degli antidolorifici, ti senti un po' euforico... si, sei stremato e intontito, ma esuberante. Almeno questa è stata la mia esperienza diretta. Poi inizia la lunga degenza in reparto, si fa sentire la prima stanchezza e inizia a farsi strada un po' di timore nei confronti del futuro, un po' perché devi reinventarti sapendo di non essere più al 100% quello di prima, un po' perché le cose nuove fanno sempre un po' paura. Inizi le prime sedute di fisioterapia in reparto, poi ti mandano a casa e pianifichi il programma completo di recupero. Non sai se e quanto potrai recuperare del te stesso di prima, l'unica certezza è la fatica che hai davanti a te. Credo che la mia lunga esperienza di sportivo, dilettante ma sempre molto attivo e appassionato, mi sia servita nel percorso di recupero durato quasi 5 anni dopo l'intervento. Mi stavo "allenando" e avevo uno scopo. Non era divertente, ma aveva un senso. Era faticoso, ma mi proiettava verso un risultato. Un risultato che poteva essere una vittoria assoluta, una sconfitta totale, oppure una moltitudine di vie di mezzo, un po' come una gara dove puoi arrivare primo, ritirarti, oppure anche fare una buona prestazione, essere soddisfatto del tuo lavoro, ma non raggiungere un risultato davvero decisivo. 

Ovviamente conoscevo la tua storia quando il mio percorso di riabilitazione è iniziato nei primi mesi del 2003, e proprio nel 2003 è uscito il tuo libro: "Però, Zanardi da Castel Maggiore!". All'inizio non ho voluto leggerlo, ero un po' diffidente, non tanto sul libro e sulla tua storia, piuttosto non ero certo che quello fosse il momento giusto per leggerti. Poi, molti anni più tardi, ho deciso di prendere il libro, ma l'ho lasciato a prendere polvere per un bel po' sullo scaffale della libreria. Non mi ricordo il momento o la motivazione che mi ha spinto a togliere la polvere dalla copertina e iniziare a leggere la tua storia, so solo che mi sono sentito a casa nei tuoi pensieri e nella tua attitudine alla vita. Parola d'ordine: curiosità. La curiosità secondo me non è come l'ottimismo. L'ottimismo è una situazione mentale e caratteriale che ti predispone bene alle cose e al futuro. Essere ottimisti è una bellissima qualità, è utilissima per noi stessi e per stare bene con gli altri, ma è uno slancio che non è sempre per tutti e non è sempre facile da coltivare. La curiosità invece è differente. La curiosità ha un motore, un carburante, una scintilla, è un meccanismo che fa muovere le cose. Tu eri ottimista e curioso, io forse sono solo curioso, non lo so, ma mi va bene così. Ho imparato a coltivare la curiosità facendone il mio stesso motivo di esistenza, nella consapevolezza che chi non è curioso è immobile, sazio di se stesso. 

Nel 2007 hai iniziato a vincere le tue prime gare importanti, poi l'oro olimpico a Londra nel 2012, quando hai di fatto sdoganato le Paralimpiadi come sport popolare e la disabilità come qualcosa che stravolge la vita, la cambia totalmente, la rende faticosissima, ma non per forza la peggiora. 

Nel frattempo, nel 2009, sei anche andato in pista e hai guidato una moto BMW a Monza...


Alex Zanardi


Io ho raggiunto il mio traguardo qualche anno prima tra il 2004 e il 2005, chiudendo poi con un piccolo ultimo intervento il mio programma di riabilitazione nel 2007. Non sono riuscito a "vincere il mio campionato" ma sono comunque riuscito a raggiungere un risultato eccellente, di cui posso essere fiero. Come premio per questa mia buona "prestazione" e per tutti gli anni di faticosa fisioterapia, ho deciso di regalarmi nel 2006 la patente della moto e di conseguenza la mia prima moto. Era un desiderio che avevo da molto tempo, ma avevo sempre avuto altre priorità. Tra le cose che questo percorso mi ha insegnato, c'è anche quella di non rimandare troppo. Non solo e non tanto perché del doman non v'è certezza, più che altro perché se quella cosa oggi ti incuriosisce, domani forse così non sarà, perlomeno non nello stesso modo, e avrai banalmente perso l'opportunità di esplorare una parte di te e del tuo percorso su questa terra. Quel 2006 è stato per me uno spartiacque, perché mi sono rimesso a studiare per poi diplomarmi in Design nel 2009, e quel 2006 è stato anche l'inizio di un percorso che poi mi ha portato fino a questo punto. Da una piccola sfida con me stesso per superare l'esame della patente, fino ai miei primi viaggi in moto, e poi nel 2016 l'idea di questo blog, che è andato online dall'anno successivo, il 2017.

In qualche modo, se ho vissuto la mia situazione fisica (e psicologica) dopo l'intervento con un certo spirito, se ho scelto di coltivare le mia curiosità e le mie passioni senza rimandare, se sono un Designer e se questo blog è online, è un pochino anche merito tuo.

Infine la tua uscita di scena: proprio lo stesso giorno del grande Ayrton. Io quel primo maggio del 1994 ero a Imola con mio padre per vedere il Gran Premio di Formula 1, piazzato in curva Rivazza, a pochi secondi di distanza in circuito dal punto dello schianto. Insomma, hai scelto una data non banale per andartene, per me e non solo per me, quasi come fosse l'ultima delle tue gustosissime schegge di sarcasmo e ironia, quasi a voler non essere solo anche nel giorno in cui sarai ricordato perché te ne sei andato.

Quindi... che altro dire... ciao Alex, e grazie di tutto.




Immagini: alex-zanardi.com



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