Il cinema, a volte, è uno specchio che amplifica il reale per renderlo più comprensibile. "Le città di pianura" di Francesco Sossai, trionfatore ai recenti David di Donatello, ha fatto esattamente questo: ha tolto il velo su quel Veneto e su quella Pianura Padana che molti di noi, motociclisti e non, attraversiamo ogni giorno, ogni weekend, sospesi tra l'indifferenza di quello che ci circonda, l’estasi di un paesaggio unico che appare dopo una curva, e il grigiore di una zona industriale.
Da padovano, da veneto, e da viaggiatore che ha girato abbastanza, in Italia e in Europa, guardare questo film è stato come fare un giro in moto senza casco: senti tutta l'aria in faccia, gli odori, i colori, ti senti libero, ma sei anche totalmente indifeso rispetto alla realtà che ti circonda.
Road-movie notturno
La mappa
Tra i grandi protagonisti di questo film, oltre ai personaggi principali e al territorio, c'è senza dubbio "la mappa", creata con una penna su delle salviette su un tavolo, in uno dei momenti più iconici e simbolici del film.. In questa scena, i due "mentori" Carlobianchi e Doriano cercano di spiegare al giovane Giulio, un napoletano che studia architettura a Venezia, la loro personalissima geografia del Veneto attraverso i bar di provincia e i ricordi di una vita apparentemente fallimentare.La sindrome della "Grande Bellezza" veneta
Un po' come per la città di Roma, protagonista indiscussa del celeberrimo film di Sorrentino "La Grande Bellezza", anche "Le città di Pianura" restituisce allo sguardo un territorio che non è solo lo sfondo della storia dei protagonisti, è un territorio esso stesso protagonista del racconto. Per noi veneti, ma forse per gli italiani tutti, esiste probabilmente un paradosso esistenziale, quasi un DNA comune: riconosciamo il "bello" meglio degli altri, ma siamo anche troppo indulgenti con il "brutto" che ci circonda. Come l’unicità assoluta di Venezia o delle Dolomiti. Tutto quello che sta nel mezzo, la nostra pianura padana, sembra essere diventato un "non luogo". Un limbo informe, senza significato, un territorio da asfaltare, da edificare, un "non luogo" dove il cemento non è un errore, ma una semplificazione. Eppure questi "non luoghi" sono i quartieri in cui abitiamo, andiamo a scuola, lavoriamo, luoghi in cui ritagliamo un po' di verde, un prato, un argine, una pista ciclabile, per sentirci meno oppressi dal cemento e dall'asfalto. Nel film "Le città di pianura" si percepisce questa rassegnazione: abbiamo costruito tanto, forse troppo, dimenticando di lasciare spazio alle persone, dimenticando di lasciare spazio ai nostri sguardi.
Strade per incontrarsi, non per arrivare
Passante di Mestre, Pedemontana, autostrade a tre corsie. Opere utili, probabilmente indispensabili, certo. Ma come nel film, rielaboriamo la domanda delle domande: stiamo collegando dei luoghi o stiamo solo accorciando il tempo tra un capannone e l’altro, tra un centro commerciale e l'altro? Spesso ci ritroviamo in eterno movimento, prigionieri di una quotidianità che ci impedisce di vivere il territorio, e di un territorio che abbiamo costruito per essere invivibile. Corriamo verso le Dolomiti, il Lago di Garda, i grattacieli delle spiagge adriatiche, i centri storici di Venezia e delle altre grandi città... ignorando che la bellezza (o la sua assenza) è intorno a noi in ogni momento, tra una veranda in alluminio anodizzato e una sala slot solitaria, tra un bar sport e un capannone abbandonato. Sono le persone a restituire bellezza ai luoghi, anche quelli brutti, e al contrario anche il luogo più bello, come Venezia o le Dolomiti, si può imbruttire facilmente per colpa delle persone. Le strade dovrebbero servire per collegare le persone, non i luoghi. E in tutto questo via vai di strade e di luoghi, nel film appare chiaro come la chiave delle relazioni sociali non è il denaro, il lavoro, il dove siamo, ma con chi siamo. Il giovane "terrone" diventa più "polentone" dei settentrionali, e i veneti più "terroni" del meridionale. E poi i giovani universitari, che mantengono vivo un territorio che invecchia rapidamente. Di nuovo, un punto di incontro tra persone, dove i luoghi diventano strumenti di relazione, non ingombranti quanto effimeri protagonisti.
L’estetica del riscatto: la villetta, il SUV e la fabbrichetta
Il film "Le città di pianura" mette a nudo anche la nostra evoluzione sociale. Se per i nostri nonni e genitori il lavoro era riscatto dalla fame dopo la guerra, per la nostra generazione adulta (quella dei 40-60enni) è diventato spesso un mezzo per l’emancipazione dalla solitudine attraverso il denaro. L’auto di lusso per "mostrarsi arrivati", la villetta con la siepe perfetta come traguardo esistenziale: simboli di un benessere che a volte nasconde un vuoto sociale. E poi c’è il mito della fabbrichetta, di un’indipendenza e di eccellenza che oggi, in molti distretti, sta scomparendo, lasciando zone industriali che sembrano i set abbandonati di film apocalittici.
Il Veneto e non solo
Questo film fotografa il territorio del Veneto, ma con le dovute differenze lo stesso sguardo critico può essere esteso anche a tutte le altre regioni del nord, e non solo... c'è chi pensa ad esempio alla Toscana e vede solo i cipressi e i campi sconfinati tra le colline che hanno ospitato le scene del Gladiatore. Ma chi come ha girato spesso in Italia sa che c'è decadenza anche ai margini dei luoghi più celeberrimi. Recentemente mi è capitato di attraversare la periferia di Prato: non è poi così diversa dalle periferie del Veneto, nonostante a pochi chilometri di distanza ci siano luoghi dalla bellezza unica. Per non parlare di Roma, dove la bellezza e il degrado sono mano nella mano in modo diffuso. La fragilità è un male comune della crescita senza pianificazione. Come suggeriva l'amico Architetto Martino Pietropoli nel suo blog, forse l’unica via per risollevare l'anima (e l'economia) delle nostre periferie è rimettere al centro la bellezza, quella vera, e di conseguenza... demolire TUTTO!
Verso una nuova meta: La Tomba Brion
Cosa vogliamo lasciare di "instagrammabile" dopo questo film? Forse dovremmo smettere di cercare lo scatto perfetto e iniziare a cercare il senso di ogni luogo che attraversiamo, anche il più semplice, anche il più banale.
C’è un posto che incarna questa ricerca, un luogo la cui presenza aleggia per tutto il film, per poi concedersi proprio alla fine: la Tomba Brion ad Altivole, capolavoro architettonico di Carlo Scarpa, immerso nella provincia veneta "qualunque".
La Tomba Brion è progettato per essere un "non luogo", o meglio ancora "molti luoghi differenti insieme". Questo luogo è un memoriale, è una tomba, è un giardino, è un museo, è una piazza. Lo ammetto, è uno di quei luoghi del "mio" Veneto che non ho ancora mai visitato. Sono un grande ammiratore di Carlo Scarpa e ho visto molte delle sue opere architettoniche, sono un designer e conosco bene il valore dei progetti che la famiglia Brion ha messo in atto in Brionvega nel dopoguerra, eppure per mille motivi non sono mai passato a visitare la Tomba Brion. Dicono che lì il cemento smetta di essere un materiale e diventi poesia, messo a disposizione del silenzio e dell'acqua. È qui che molti probabilmente si recheranno dopo aver visto il film, perché di fatto è l'unico vero luogo "instagrammabile" raccontato nel film stesso.
Le città di pianura
Eppure intorno a noi abbiamo tutte le città di pianura, piena di persone, di luoghi, di bellezza inespressa e incompresa, di emozioni da scoprire e da raccontare, di brutture da digerire o reinventare. Non per una foto da pubblicare nei social, ma per capire se sia possibile riconciliare il nostro bisogno di costruire una vita senza dover costruire con il cemento e l'asfalto, se sia possibile vivere le relazioni umane senza il peso del giudizio sociale.
Perché alla fine, tra una zona industriale e una periferia di campagna, ciò che cerchiamo davvero non è una strada per spostarci velocemente da un punto all'altro, ma un vero motivo per rallentare.
Foto di copertina: Lucky red

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