
I social network non sono più basati sulla relazione, ma sull'intrattenimento. Nel 2026 siamo ancora parte di una rete di contatti “sociali” o siamo solo fruitori di un grande palinsesto che contribuiamo ad alimentare?
Negli ultimi anni i social network sono cambiati radicalmente. All’inizio erano luoghi digitali dove le persone in qualche modo, e con tutti i limiti del caso, si conoscevano l'un l'altro. La parola "social" aveva ancora un significato. Oggi quel modello sembra quasi scomparso.
Le piattaforme non sono più organizzate attorno alle relazioni tra persone, ma attorno ai contenuti che riescono a catturare attenzione. Gli algoritmi non premiano più ciò che pubblicano i nostri amici, ma ciò che riesce a trattenerci qualche secondo in più sullo schermo.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: i social network sono diventati una gigantesca piattaforma di intrattenimento.
Dal social network al palinsesto infinito: zapping digitale
Se guardiamo il modo in cui utilizziamo oggi i social, il cambiamento è evidente. Un tempo entravamo per vedere cosa stavano facendo le persone che conoscevamo, oppure eravamo alla ricerca di nuove amicizie negli ambiti di nostro interesse.Poi abbiamo iniziato ad interessarci alle persone che più di altre rappresentavano l'incarnazione ideale di ciò che attirava la nostra attenzione: abbiamo iniziato ad alimentare noi stessi la nascita e la crescita indiscriminata del fenomeno degli "influencer".
Oggi, di fatto, usiamo i social network solo per consumare contenuti. Il feed non è mai stata una vera e propria piazza di paese, ma in qualche modo alla piazza di paese si ispirava. Oggi non è più una piazza, è un palcoscenico diffuso. È un palinsesto fluido, continuamente aggiornato, dove scorrono video, immagini e storie prodotte da persone che spesso non solo non abbiamo mai incontrato, ma dei quali ignoriamo l'autorevolezza.
In questo scenario siamo tutti due cose contemporaneamente:
- broadcaster, perché pubblichiamo contenuti
- spettatori, perché consumiamo quelli degli altri
La dopamina: strumento di distrazione di massa
Le piattaforme hanno imparato molto bene una cosa: l’attenzione è la risorsa più preziosa. Per trattenerla il più possibile hanno spinto su contenuti sempre più brevi, rapidi, immediati:- scroll infinito
- stimoli continui
- gratificazione immediata
Il meccanismo è semplice: ogni nuovo contenuto è una piccola promessa di intrattenimento. E ogni promessa attiva una scarica di curiosità e dopamina.
Così diventiamo contemporaneamente:
Così diventiamo contemporaneamente:
- spacciatori senza scrupoli dei nostri contenuti
- consumatori compulsivi dei contenuti altrui
Soglia d'attenzione: la perdita dell’approfondimento
Il prezzo di questa dinamica è evidente: la concentrazione si riduce. Approfondire richiede tempo, attenzione, continuità. Lo scroll infinito invece vive di frammenti. Consumiamo quotidianamente contenuti veloci, che difficilmente resteranno nella nostra memoria. Ci sforziamo e dedichiamo maggiore attenzione ad alcuni, specifici e selezionati argomenti, andando maggiormente in profondità, con contenuti più difficili da approcciare e seguire, ma che ci rimarranno più facilmente impressi nella memoria, proprio perché abbiamo dedicato loro maggiore attenzione, tempo, energie mentali. Inoltre i contenuti "lunghi" hanno il pregio di tenere una traccia più profonda nella rete e si dotano intrinsecamente di una "data di scadenza" più lunga rispetto ad altri contenuti "usa e getta":È per questo che alcuni format sembrano resistere meglio di altri all'oblio immediato della rete:
- articoli lunghi sui blog
- video lunghi su YouTube
- podcast e contenuti narrativi
L’effetto dell’intelligenza artificiale: appiattimento verso il basso
L’arrivo degli strumenti di intelligenza artificiale sta accelerando ulteriormente questo processo. Oggi è possibile produrre articoli, immagini, video, voice over, montaggi ed effetti speciali... tutto con qualche click e in quantità praticamente infinite.Questo non significa necessariamente che i contenuti diventino automaticamente peggiori, ma il rischio di una tecnologia così potente alla portata di tutti è la degenerazione progressiva della qualità. Come è stato con la fotografia, grazie alle fotocamere dei nostri smartphone siamo diventati tutti fotografi, diffondendo questo bellissimo linguaggio ma allo stesso tempo abbassando la qualità complessiva. Ora è il momento dei video, e siamo tutti registi e videomaker. Non significa che tutti i video che vengono buttati in rete siano pessimi. Ma sono di sicuro molti di più del necessario per raccontare e raccontarci. Un rumore di fondo di immagini e informazioni, un magma nel quale è quasi impossibile distinguere la qualità dalla massa informe di cose inutili. Inoltre, quando la quantità cresce enormemente, l’attenzione disponibile per ciascun contenuto diventa inevitabilmente più piccola. Il rischio è una saturazione narrativa: milioni di contenuti che raccontano cose sempre più simili tra loro.
In ogni caso intelligenza e stupidità non sono nello strumento (AI) o nel mezzo (web/social network) ma nelle persone che utilizzano e fruiscono dello strumento e del mezzo. Il problema quindi è che molto probabilmente tutti noi, io compreso, ci stiamo rimbecillendo un po' troppo. Sta a noi decidere di creare contenuti in un certo modo, ed è sempre in noi la possibilità di scelta, cosa guardare e cosa non guardare. Si torna al paragone televisivo. Se una volta si diceva "se la tv spazzatura non ti piace o in tv non danno nulla di interessante, gira canale, oppure evita di fare zapping e spegni la tv per farti una bella passeggiata", ora si può dire "se un contenuto spazzatura non merita attenzione, passa ad altro, oppure metti in tasca lo smartphone e vai a farti due passi".
Influencer e content creator: dove stiamo andando?
La parola influencer nasce in un’epoca in cui davvero pochi profili in proporzione alla massa di utenti riuscivano a raggiungere una visibilità importante e riuscivano davvero ad influenzare gusti, acquisti e scelte. Oggi la situazione è più complessa. Sono nate migliaia di nicchie tematiche, decine di piattaforme social più o meno generaliste o specifiche, migliaia di content creator di media e piccola dimensione hanno affiancato gli influencer in una galassia sterminata di contenuti più o meno esperienziali e più o meno commerciali. Una sorta di televendita senza soluzione di continuità, perché anche quando la proposta non è un prodotto o un servizio, comunque stiamo vendendo noi stessi o il personaggio che abbiamo costruito per noi.Qualche anno è passato dal Covid, periodo in cui è esploso ancora di più l'intrattenimento sui social, e molti creator ed influencer, esplosi in quel periodo, hanno perso la carica creativa e non sanno più cosa raccontare. Altri, che erano conosciuti e ben posizionati anche prima di questo periodo, con il Covid hanno cambiato direzione narrativa o hanno implementato le loro aree di influenza, alla caccia di nuovi follower e di categorie di utenti differenti e sempre più trasversali. Il risultato è stato, in molti casi, una minestra sempre più allungata con l'acqua e sempre più difficile da riscaldare.
Qualcuno, più furbo di altri, si è messo ad investire tutto sul marketing, o addirittura su pseudo-concorsi a premi, monetizzando il più possibile il momento, sapendo che la vera carica creativa e il genuino istinto di condivisione e storytelling si stavano esaurendo inesorabilmente. La trasformazione da content creator appassionato di una tematica che racconta la propria esperienza ad una comunità di suoi simili a influencer che si riscopre venditore di materassi e tappeti alla sagra (digitale) di paese è ormai avvenuta.
Non è tutto così tragico e decadente. Ancora qualcosa di buono c'è in giro. Ma va cercato con pazienza, come un ago nel pagliaio. Perché forse in mezzo a tutto questo oceano in tempesta di informazioni e di stimoli senza fine, avere qualcosa di autentico da raccontare può ancora avere senso. Forse.
Non è tutto così tragico e decadente. Ancora qualcosa di buono c'è in giro. Ma va cercato con pazienza, come un ago nel pagliaio. Perché forse in mezzo a tutto questo oceano in tempesta di informazioni e di stimoli senza fine, avere qualcosa di autentico da raccontare può ancora avere senso. Forse.
Turismo e mototurismo: cosa succede quando tutto è già stato raccontato?
Il turismo è uno dei settori che ha usufruito più di tutti della diffusione dei social in questi ultimi anni e di conseguenza è ora tra i più colpiti dalla saturazione dei contenuti.- Ogni luogo è stato fotografato migliaia di volte.
- Ogni vista panoramica è stata raccontata da decine di creator.
- Ogni itinerario esiste già su qualche blog o piattaforma social
Probabilmente sì, soprattutto in un Paese come l'Italia ci sarà sempre un luogo, uno scorcio, una tradizione, una sagra, un piatto tipico che non è ancora stato raccontato. Ma, forse, anche di fronte alla saturazione totale, c'è ancora una strada da percorrere. Non è tanto il luogo ad essere nuovo. È il punto di vista.
Nel mototurismo, ad esempio, quello che continua ad avere valore non è solo dove andare in quella zona, quale strada percorrere, quale passo di montagna attraversare, ma come viene vissuto quel viaggio.
Le sensazioni, gli incontri, gli errori, le deviazioni impreviste, le piccole scoperte fuori programma. Il viaggio in moto, ma anche solo il giro in moto in giornata, o il weekend fuori porta, rimangono una delle esperienze più personali che esistano. E proprio per questo può ancora essere raccontato in modi sempre diversi.
Forzare i contenuti o rallentare? In un ecosistema social dominato dalla quantità la tentazione è una sola: pubblicare sempre di più. Ma non è detto che sia la strada migliore. Spesso succede il contrario: quando si rallenta, i contenuti migliorano.
Può avere molto più senso pubblicare meno ma raccontare meglio.
Esperimento: un anno di prove social e web
Per un anno intero non ho pubblicato Reel su Instagram. La piattaforma premia i Reel perché sono una forma di intrattenimento più lunga rispetto alle foto, ed è potenzialmente destinata ad una platea più ampia di visualizzazioni. Le Storie infatti vengono viste per la quasi totalità delle volte da chi già ti segue. Il Reel invece è un contenuto più aperto e più fruibile, per questo Instagram cerca di spingere questa tipologia di formato. Il mio ultimo Reel è di marzo 2025 e in effetti ho notato in questi 12 mesi una netta penalizzazione dei miei contenuti rispetto al passato. Certamente è causa della sempre maggiore "concorrenza" e di dinamiche legate alla frequenza e qualità dei miei contenuti, ma considerata l'insistenza con cui la piattaforma mi chiede di caricare o realizzare Reel, è chiaro che questo è un elemento importante nel posizionamento di un account su questa piattaforma.
Allo stesso tempo ho iniziato a mostrare sulle Storie di Instagram (quindi al mio "pubblico") un po' di miei contenuti personali, soprattutto durante l'inverno. Momenti della mia quotidianità, slegati dal mondo del mototurismo. Le mie passeggiate in montagna, le ciaspolate sulla neve, le discese in slittino. Il mio progetto Giri-in-moto è nato e cresciuto come progetto personale, ma ne ho sempre dato una valenza neutra, mettendo davanti il "logo" e il progetto piuttosto che la mia faccia. L'ho fatto fin dall'inizio per due motivi principali: dare al progetto un suo valore intrinseco svincolato dalla mia persona, ed evitare di mostrare troppo la mia faccia perché caratterialmente non sono portato ad espormi troppo nei confronti degli altri. Il risultato di questa piccola finestra invernale in cui ho mostrato di più me stesso nella vita quotidiana è che, come già immaginavo, questa cosa non frega a nessuno se non ai miei amici, ai parenti, e a pochi altri. Il risultato? Snaturare un progetto nato come "neutro" per trasformarlo in qualcosa di personale forse ha non ha senso.
Nel blog ho invece sfruttato la AI per farmi consigliare dei nuovi contenuti da proporre, e l'idea di fondo della AI è stata quella di allargare la platea con contenuti più ampi e trasversali sulle moto e il mototurismo rispetto alle mie esperienze personali o alle storie dei lettori, pur mantenendo il focus su queste ultime. Il risultato è stato interessante, ovvero i contenuti generalisti, creati anche grazie agli spunti tematici della AI (titolo, struttura dei contenuti, punti chiave del post, sono tutti elementi proposti dalla AI, che poi io gestisco personalmente nella stesura "umana" dei testi), hanno raccolto buoni risultati. Mi hanno anche permesso di ricevere prodotti demo, mi hanno permesso un confronto con aziende del settore. Mi hanno dato però poca soddisfazione personale. Il mio obiettivo non è avere il blog di mototurismo più visitato d'Italia, ma avere il blog di mototurismo più genuino d'Italia. Non so se lo è, se mai lo sarà, ma il mio obiettivo rimane quello di divertirmi, e fare qualcosa che mi piace. I contenuti generalisti continueranno ad esserci, sono utili per i miei lettori e sono utili per me, per approfondire delle tematiche che mi interessano. Continuerò a sfruttare la AI per gestire la strategia editoriale del blog e la stesura della struttura dei miei post, ma continuerò a scrivere i testi di persona, perché è quello che mi piace fare, indipendentemente dal numero di visualizzazioni che un post potrà ottenere.
Questo stesso post è un esperimento e un esempio. L'ho scritto prima di tutto per me, per buttare giù i miei appunti mentali, per ricordare a me stesso, magari tra qualche anno, a che punto ero del mio progetto e cosa mi passava per la testa.
Forse il segreto è proprio questo: ricominciare a creare contenuti per divertimento, per lasciare qualcosa a noi stessi, prima ancora che per appagare il nostro ego o per mostrarci agli altri migliori o diversi da quello che siamo.
E se non abbiamo nulla di interessante da ricordare o da raccontare, semplicemente dobbiamo avere il coraggio di non essere schiavi della necessità di pubblicare qualcosa ad ogni costo. Spesso il silenzio è il miglior antidoto. Rimanere fermi può talvolta essere più interessante che correre a testa bassa.
Il futuro dei social: evoluzione o involuzione?
È difficile prevedere cosa accadrà. Probabilmente vedremo due direzioni parallele. Da una parte piattaforme alla ricerca di una fruizione sempre più veloce di contenuti sempre più brevi, un intrattenimento continuo molto spezzettato, all'interno del quale poter inserire contenuti pubblicitari sempre più mirati. Dall’altra: spazi sempre più piccoli di reale condivisione, community più compatte, contenuti più approfonditi destinati ad una nicchia sempre più verticale. In altre parole: una “massa indistinta” come rumore di fondo, e più nicchie maggiormente consapevoli per temi specifici.Ma, forse, la vera domanda è un’altra. Più che chiederci se i social abbiano ancora senso, forse dovremmo chiederci una cosa diversa: perché raccontiamo quello che raccontiamo? Perché ci interessa quello che guardiamo?
Se il motivo è solo riempire un feed, oppure occupare il tempo di un'attesa alla fermata del tram, prima o poi la stanchezza arriva.
Se il motivo è solo riempire un feed, oppure occupare il tempo di un'attesa alla fermata del tram, prima o poi la stanchezza arriva.
Se invece dietro c’è ancora curiosità e passione, voglia di condividere o conoscere un'esperienza vissuta, allora il racconto, forse, continua ad avere valore.
Magari per poche persone. Magari per una community molto piccola. Ma probabilmente anche più autentica.
E forse, in fondo, anche il mototurismo è ed è sempre stato sempre così. Non servono migliaia di follower per raccontare una strada. Non serve scoprire un posto nuovo e sconosciuto da svelare ogni weekend. Non serve arrivare per primi a mostrare quella vista panoramica che farà tanti like. Una volta ci si orientava con le cartine geografiche cartacee, chiedendo indicazioni ai locali, e raccontando a gesti le strade e le nostre avventure in moto al bar di paese o davanti ad una birra tra amici. Ora abbiamo sistemi satellitari, smartphone con fotocamere da urlo, connessione web infinita, social network e blog, ma indipendentemente dagli strumenti, quello che resta uguale a se stessa è la voglia di mettersi in sella per conoscere luoghi e persone che ti regalano emozioni.
Magari per poche persone. Magari per una community molto piccola. Ma probabilmente anche più autentica.
E forse, in fondo, anche il mototurismo è ed è sempre stato sempre così. Non servono migliaia di follower per raccontare una strada. Non serve scoprire un posto nuovo e sconosciuto da svelare ogni weekend. Non serve arrivare per primi a mostrare quella vista panoramica che farà tanti like. Una volta ci si orientava con le cartine geografiche cartacee, chiedendo indicazioni ai locali, e raccontando a gesti le strade e le nostre avventure in moto al bar di paese o davanti ad una birra tra amici. Ora abbiamo sistemi satellitari, smartphone con fotocamere da urlo, connessione web infinita, social network e blog, ma indipendentemente dagli strumenti, quello che resta uguale a se stessa è la voglia di mettersi in sella per conoscere luoghi e persone che ti regalano emozioni.
Non serve andare a Capo Nord in moto per potersi sentire realizzati come viaggiatori. Può bastare la strada di campagna o il lungomare dietro casa, se lo spirito con cui viviamo quei momenti è sincero e genuino.
A proposito: ovviamente le foto inserite in questo post sono state generate con l'Intelligenza Artificiale. Non sono mai stato a Capo Nord, e chissà se mai ci andrò...
A proposito: ovviamente le foto inserite in questo post sono state generate con l'Intelligenza Artificiale. Non sono mai stato a Capo Nord, e chissà se mai ci andrò...



0 Commenti
Attenzione: tutti i commenti verranno sottoposti a moderazione prima della pubblicazione.