Il Marocco in moto con Marcello: Triumphstateofmind

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La moto perfetta per il viaggio perfetto non esiste. Esiste la nostra voglia di metterci in gioco e il nostro desiderio di scoprire nuovi orizzonti. Ciascuno con i propri limiti, i propri obiettivi... tra sogno, desiderio, e realtà.

Questo è il racconto di viaggio di Marcello e del suo viaggio in moto in Marocco in sella alla sua Triumph Scrambler 1200 XC.


La Regina dei Bar del Mondo

C'è una moto che, per definizione popolare e quasi per scherzoso destino, nasce per essere la "regina dei locali". È la Triumph Scrambler 1200 XC, affettuosamente soprannominata da molti "la moto da bar": elegante, un po' hipster, perfetta per un giro fino all'osteria o per una serata in città. Poi, c'è la mia.

Per la mia Scrambler, il concetto di "bar" è un altro. Per lei, un bar è un chiosco sulla Transfăgărășan dopo centinaia di curve, è un caffè speziato in un bazar di Istanbul, è un tè alla menta in un villaggio ai piedi dell'Atlante, mentre il sole tinge di rosso le dune del Sahara.

Tutto è iniziato quasi per gioco, pochi mesi dopo averla portata a casa. Insieme al mio socio, in sella al suo "SUV a due ruote", una BMW 1200 GS, abbiamo deciso di varcare confini. Lui, su un'istituzione dei viaggi on the road. Io, su quella che tutti definivano una scelta… pittoresca.

Ricordo i primi sguardi dei motociclisti "seri" ai raduni. "Con quella vai in Romania?", chiedevano, con un misto di incredulità e preoccupazione. Io sorridevo e rispondevo: "Vedremo".

E abbiamo visto. La mia "moto da bar" ha iniziato a collezionare paesaggi come altri collezionano adesivi sul serbatoio. Ha solcato le pianure ungheresi, ha respirato il silenzio ancestrale delle foreste rumene, la vera terra degli orsi, e ha danzato sulle curve serpentine che portano al passo del Transfăgărășan, dove l'asfalto sembra un nastro gettato tra le vette.

In Grecia, ha scalato i tornanti del Monte Olimpo come un moderno Pegaso, e tra le nuvole che avvolgono la vetta ho spento il motore per ascoltare il silenzio degli dei. A Meteora, si è arrampicata verso i monasteri sospesi tra cielo e terra, dove il confine tra viaggio e pellegrinaggio si fa sottile.

Ha attraversato il calore fraterno dei Balcani, tra Serbia, Albania e Montenegro, si è bagnata nell'Adriatico in Croazia e ha respirato la storia della Bosnia. In Bulgaria, ha assaggiato la polvere delle strade sterrate e in Turchia si è tuffata nel caos vibrante e bellissimo delle periferie di Istanbul, un ruggito britannico perso in un coro di clacson e richiami al muezzin.

Ma la sua più grande trasformazione, da "moto da bar" a "cammello d'acciaio", è avvenuta in Marocco. Un viaggio che merita un capitolo a parte.


In Marocco con la Triumph Scrambler 1200 XC

Cinquantadue ore di traghetto, sospeso tra il vecchio mondo e il nuovo. Poi, Tangeri, e il rombo della mia Triumph che echeggiava finalmente su suolo africano.

Il caos di Tangeri è stato un bagno di realtà immediato, un turbinìo di voci, colori e profumi che ti scuote dall’interno. Ma la meta era un’altra, un sogno adagiato sulle montagne del Rif: Chefchaouen.

E quando l’ho vista, ho smesso di respirare. Chefchaouen non è solo una città blu. È un’ossessione. Un labirinto di scale, vicoli e portici dipinti di ogni tonalità immaginabile di azzurro, cobalto e indaco. Un luogo dove la luce gioca a rimpiattino, creando riflessi e ombre che sembrano parlare. Camminare lì è come nuotare in un cielo capovolto. La mia Scrambler, parcheggiata all’ingresso della medina, sembrava un oggetto alieno, un pezzo di metallo moderno in un mondo sospeso nel tempo.


Da lì, la strada si è fatta più aspra e affascinante, serpeggiando verso Fes. La città imperiale è un vortice che ti ingoia. Un dedalo dove i sensi vengono messi a dura prova: l’odore pungente delle concerie, il vociare incessante dei souk, l’abbagliante bellezza dei mosaici. Un luogo magnifico e spietato, che ti lascia stordito e arricchito.

Ma il cuore del viaggio batteva a sud, nel deserto. Lasciata Fes, il paesaggio è iniziato a cambiare, a spogliarsi. Il verde si è ritirato, lasciando il posto all’ocra, al giallo, a una terra spaccata dal sole. E poi, finalmente, Merzouga. Le dune dell’Erg Chebbi si sono alzate all’orizzonte come un’allucinazione, un mare di sabbia fermato dal vento.


Niente ti prepara al silenzio del Sahara. È un’entità viva, che ti avvolge e ti spegne. La mattina, svegliato nel buio prima dell’alba, sono salito in cima a una duna. Il mondo era ridotto a due elementi: la sabbia e il cielo. E quando il sole è emerso, tingendo tutto di rosa, oro e arancione, ho capito il significato della parola "infinito". In quel momento, seduto sulla cresta di un’onda di sabbia, con la mia moto parcheggiata lontano, ai confini di quel regno impossibile, mi sono sentito piccolo e immensamente fortunato.

Il viaggio non era finito. La prossima tappa era Gara Medouar. E lì, la terra ha deciso di mostrarmi un’altra delle sue facce. Uno sperone roccioso solitario, scavato e modellato dal tempo, che si erge come una fortezza naturale nel mezzo del nulla. Avvicinarsi in moto a quel colosso di pietra è stato come viaggiare all’indietro nel tempo, in un’epoca di carovane e di antiche rotte. Il vento fischiava attraverso le sue fenditure, raccontando storie di nomadi e di imperi scomparsi.

Poi è arrivata lei: la Route 704. La "Dangerous Road". E ora capivo perché. Questa spettacolare pista si insinuava come un serpente di polvere e ghiaia tra le viscere dell'Alto Atlante, dentro le celebri Gole del Dadès. Tornanti a gomito che si affacciano sul vuoto, pareti di roccia che sfiorano il manubrio, panorami che tolgono il fiato e, forse, un po' anche la concentrazione. Guidare lì non era solo spostarsi; era un atto di pura presenza. La Scrambler, agile e grintosa, era nel suo elemento: ogni curva era un dialogo tra me, la moto e la montagna. Quella fama di "strada pericolosa" si è rivelata per quello che era: il sigillo su un'esperienza di guida unica e indimenticabile.

Il ritorno alla civiltà fu l'assalto sensoriale di Marrakech. Poi, la svolta verso l'oceano. Il paesaggio si ammorbidì, avvolto dalla brezza atlantica che accarezza Tifnit ed Essaouira, le città bianche e blu affacciate sull'infinito.

L'ultimo tratto lungo la costa fu un dolce addio. Ogni chilometro verso Tangeri era un ricordo che si incideva nella memoria: il blu, l'oro, il rosso della roccia e il grigio-azzurro dell'oceano.

Il mio socio, sulla sua GS, annuiva con rispetto. "Forse," ha detto una sera, guardando la mia Triumph coperta di fango e polvere, "è la moto che fa il viaggiatore, e non il contrario."


Valle dell'Ounila, vicino a Ouarzazate
Valle dell'Ounila, vicino a Ouarzazate

Valle dello Ziz (Oued Ziz), nel sud-est del Marocco.
Valle dello Ziz (Oued Ziz), nel sud-est del Marocco.

Deserto di Merzouga
Deserto di Merzouga

Costa Atlantica del Marocco tra Oualidia e Safi
Costa Atlantica del Marocco tra Oualidia e Safi

Tifnit, piccolo villaggio di pescatori
Tifnit, piccolo villaggio di pescatori


In meno di tre anni, quella che doveva essere una compagna per weekend spensierati ha tracciato la sua mappa personale, un reticolo di esperienze che unisce il Mediterraneo al Baltico, l'Atlantico al Mar Nero.

Non sono solo chilometri; sono storie. Sono l'odore della pioggia sui Carpazi, il gusto del caffè turco, la sensazione del vento caldo del Sahara sul casco e l'eco del mito tra le rocce sacre dell'Olimpo.

La gente continua a chiamarla "moto da bar". Ed è vero, lo è ancora. Solo che i suoi bar ora sono sparsi in tre continenti, e il suo "locale" è il mondo intero. E per la prossima pausa caffè, chissà dove ci porterà.




Ringraziamo Marcello per averci raccontato il suo viaggio in moto in Marocco. Puoi vedere il video dedicato al suo viaggio in moto in Marocco su Youtube:




Puoi seguire Marcello Triumphstateofmind su Instagram: clicca qui

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